Brexit: i 27 concedono un rinvio (il)limitato

Incertezza sulla Brexit. I 27 concedono una proroga.

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PIC May-Juncker - @EU

Il 22 maggio il Regno Unito è fuori. A meno che….

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Stavolta il nuovo termine della Brexit l’ha dettato l’Europa e non la Gran Bretagna.  Lo scorso 21 marzo, con una decisione a sorpresa e in un certo senso sofferta, i capi di Stato e di governo dei 27 hanno stabilito di non accogliere la richiesta del premier britannico Theresa May di proroga fino al 30 di giugno e che il termine ultimo per l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa è il 22 di maggio.

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Il testo ufficiale dell’UE

 

Ma non basta perché la proroga è concessa a patto che il Parlamento britannico sottoponga entro la prossima settimana a un terzo voto l’accordo già bocciato due volte e stavolta, non si sa come, lo approvi. La May peraltro solo qualche giorno fa aveva già tentato di ripresentarlo, ma lo speaker della Camera non lo ha giustamente consentito in quanto il testo non aveva subito alcuna modifica rispetto all’ultima votazione. 

Questo significa che per essere sottoposto ulteriormente al voto dovrà essere in qualche modo ritoccato e secondo logica qualsiasi modifica dovrà essere concordata con la controparte, cioè l’Europa, che però dice di non avere alcuna intenzione di rimettere mano all’accordo.

Ora Londra ha due opzioni.

  1. Se la Camera dei Comuni avrà una maggioranza la prossima settimana per accogliere l’accordo negoziato con l’UE, la nuova data della Brexit è il 22 maggio.
  2. Se invece non ci sarà una maggioranza, Londra avrà tempo fino al 12 aprile per decidere se tenere le elezioni europee o meno.

Nel primo caso Londra può allora chiedere un nuovo rinvio dell’uscita del Regno Unito, la cui durata non è stata fissata o addirittura rinunciarci. E quindi non c’è un limite temporale. Nel secondo, il Regno Unito sarà fuori il 22 maggio. Senza accordo o con un nuovo tentativo di accordo. Ma tutto dovrà risolversi entro il 22 maggio. A meno che un terremoto politico in Gran Bretagna non ribalti il tavolo, aprendo la strada a numerosi sviluppi.

Il Consiglio europeo ha di fatto infilato Londra in un labirinto dal quale è obiettivamente difficile uscire, anche con quei 20 giorni in più concessi rispetto alla data iniziale prevista del 29 di marzo.

Va detto che al di là di qualsiasi considerazione sulla correttezza della Gran Bretagna, sul rispetto dei tempi e sulle promesse mancate da parte della May, l’Europa ha le sue buone e tecniche ragioni.

Una proroga fino al 22 maggio consente infatti ai Paesi Ue di organizzare le elezioni europee sapendo se Londra vi prenderà parte o no, circostanza che muta il numero di seggi a Strasburgo a disposizione di ogni Nazione, mentre una proroga fino al 30 giugno, ovvero oltre le stesse votazioni, inficerebbe legalmente il voto stesso.

Le opzioni, pur con una limitata proroga, rimangono però sempre le stesse, e cioè un improbabile votazione positiva alla Camera dei Comuni britannica con conseguente Brexit ordinata entro il termine stabilito dalla Ue, una Brexit hard, cioè senza accordo, o una resa totale di Londra con la richiesta di una proroga ben più lunga, di un anno o magari anche di più.

In questo caso però l’Inghilterra sarebbe costretta a partecipare alle elezioni europee e la May verosimilmente darebbe le dimissioni, alle quali seguirebbero nuove elezioni inglesi e un nuovo governo. Nel frattempo con una maggioranza mutata potrebbe anche verificarsi il caso che si celebri un nuovo referendum sulla Brexit.

C’è chi scommette che la Gran Bretagna alla fine non uscirà mai dall’Europa. E Corbyn, leader laburista, scalda i motori.

di Carlo Nicolato

carlo.nicolato@eeuropa.org

 

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